Il 21 ottobre di 39 anni fa moriva Bruno Leoni.
L'associazione radicale di Bari lo ricorda pubblicando un articolo apparso su New Individualist Review nel 1963 col titolo Consumer Sovereignity and the Law.
"La sovranità del consumatore e la legge
La tecnologia contemporanea ci ha abituato alla fabbricazione dei beni più svariati, e non soltanto di oggetti mai creati o immaginati in precedenza, bensi anche di quelli che in un passato non troppo remoto erano prodotti ma non industrialmente, come ad esempio le case prefabbricate, o le famose liberty ships, che cosi tanto hanno contribuito alla vittoria degli alleati nell'ultima guerra.
Con l'aiuto della tecnologia sono stati eliminati processi produttivi lunghi e costosi, sono stati abbattuti i costi ed accelerati i tempi di consegna, con accresciuta soddisfazione del consumatore oltre che, naturalmente, del produttore. Questi processi tecnologici, come molti hanno posto in risalto, hanno fatto emergere una serie di problemi in altri campi, portando a cambiamenti spesso radicali del contesto sociale ed anche del modo di pensare.
Un diffuso luogo comune nella cultura contemporanea e' rappresentato dalla posizione sostenuta, tra gli altri, dall'illustre giurista americano W. Friedman nel suo recente libro Law in a changing society() : ovvero che il progresso tecnico abbia necessariamente e direttamente comportato una profonda rivoluzione delle istituzioni giuridiche. In questa epoca di satelliti spaziali e di astronauti, ci si domanda spesso, come possiamo limitarci, ad esempio, ai concetti ereditati dai romani in materia di proprietà, o di obbligazioni contrattuali, e cosi via?
In effetti, comunque, le modificazioni delle istituzioni giuridiche sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche non sono cosi numerose ne' cosi importanti come sembrano; in ogni caso, è molto dubbio, e certo almeno discutibile, che tali innovazioni di per sé comportino radicali modifiche delle istituzioni e delle relazioni che hanno regolato le nostre società per migliaia di anni. Mentre, ad esempio, l'esercizio della proprietà privata certamente non si estende più usque ad sidera in nessun Paese del mondo, ad ogni modo essa ancora persiste e realizza il suo compito necessario. Allo stesso modo, la parola o la firma data tramite telefoto, oppure con qualche altro strumento ultramoderno, svolge la stessa necessaria funzione che ha avuto per qualche millennio. L'uomo moderno che comunica con la televisione e viaggia in aereo è fatto della stessa carne e dello stesso sangue ed è psicologicamente e fisicamente simile al suo lontano antenato che comunicava a voce e viaggiava su un cocchio e su navi a vela.
Ma, nonostante la relativa stabilità delle istituzioni giuridiche, almeno nei paesi occidentali, un notevole cambiamento si è verificato durante gli ultimi 150 anni proprio nel modo in cui le persone avevano per secoli, ed anche per millenni, concepito la natura, le origini e le funzioni del diritto.
Il declino dell'idea che il diritto è del tutto indipendente dalla volontà dei governanti, e che non può essere immediatamente e completamente identificato con le leggi ed i decreti emanati di volta in volta da coloro che detengono il potere politico, rappresenta uno sviluppo estremamente sorprendente, per le sue implicazioni non meno che per la sua diffusione in quasi tutte le società dell'epoca contemporanea().
Piuttosto stranamente, questo sviluppo -forse per la continuità e la gradualità con cui ha avuto luogo dall'inizio del secolo scorso- è sembrato cosi naturale, specialmente in Europa, che ben pochi studiosi finora si sono assunti il compito di considerarlo nella sua piena importanza, o gli hanno dedicato l'attenzione e, vorrei aggiungere, la preoccupazione che esso merita.
Se una sola parola dovesse essere impiegata per definire questo cambiamento a largo raggio nell'idea del diritto, direi che oggi, secondo l'uomo della strada, il diritto è un qualcosa che deve essere fabbricato o anche pre-fabbricato. Cioè, un qualcosa da produrre con il minimo di tempo e di impegno giudicati necessari, in base ai piani prestabiliti, dalle persone "adatte" nei posti "adatti" (le assemblee legislative nazionali), e da offrire a quelli che devono obbedire alle leggi. Questi ultimi (potremmo dire i "consumatori", se la parola non fosse fuorviante per le ragioni che tra poco vedremo) non hanno - o sono ritenuti non avere- altro ruolo che quello di utilizzare il prodotto già predisposto per loro, come se usassero l'automobile o la lavatrice.
Oggi la produzione del diritto tramite altre procedure sembrerebbe a molte persone lenta, inadeguata ed imprecisa. Le abitudini, le tradizioni, i precedenti giudiziari e le opinioni degli esperti nel campo erano i classici strumenti di produzione del diritto nell'antica Roma, nell'Inghilterra del Medioevo ed in quella moderna, negli Stati Uniti e, nonostante l'apparenza contraria, nella maggioranza dei Paesi europei fino alla compilazione degli attuali codici giuridici, ovvero, parlando in termini generici, fino all'inizio del secolo scorso. Ma questi strumenti appaiono attualmente, almeno allo sguardo superficiale di molti, come i mezzi antiquati di una società "artigiana", inadeguati ai bisogni della "rapida" civilizzazione su vasta scala che oggi ci è familiare.
L'analogia tra i prodotti giuridici ed i prodotti della nostra civiltà tecnologica ed industriale non è, ad ogni modo, così appropriata come potrebbe sembrare ad un primo sguardo. In effetti essa, considerata più attentamente, risulta essere del tutto fuorviante e falsa. Vi è una differenza fondamentale nella relazione che sussiste, da un lato, tra i "produttori" ed i "consumatori" delle regole giuridiche fabbricate, o addirittura prodotte in serie, dai detentori del potere politico con le risorse delle tecniche legislative.
Nonostante qualsiasi apparenza contraria, il processo produttivo industriale nei Paesi occidentali è ancora originato e sostenuto dall'iniziativa di soggetti privati, cioè di individui che non hanno a loro disposizione la polizia o l'esercito per costringere i consumatori ad acquistare i prodotti che essi mettono sul mercato. "Un dollaro, un voto" descrive assai bene la natura di quel processo continuo, con cui il consumatore dirige e domina il comportamento dei produttori nel libero mercato. Mentre studiano come attirare il consumatore (e qualche volta anche come ingannarlo), questi ultimi sanno che in ultima analisi devono servire il consumatore, soddisfare la sua volontà ed esaudire i suoi capricci, sotto la minaccia di accumulare perdite, dovendo così cessare l'attività produttiva.
C'è una relazione radicalmente diversa tra i "produttori" ed i "consumatori" delle regole giuridiche fabbricate con l'impiego di tecniche legislative. Il voto dei "consumatori" è in questo caso discontinuo, una circostanza legata al fatto che esso può essere dato soltanto in certi momenti e sotto certe condizioni, con effetti non previsti, spesso imprevedibili e frequentemente non desiderati.Possiamo anche aggiungere che non tutti i"consumatori" possono votare, mentre nel mercato anche un bambino di cinque anni, che abbia i soldi per comprarsi un cono gelato, attribuisce il suo "voto".
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Forse, un giorno, l'uomo comune comprenderà una verità di cui sembrava istintivamente a conoscenza in tempi da noi non troppo distanti, anche sembrano svanire sempre più nel passato. In realtà, il diritto non è un qualcosa che sia pre-fabbricato in qualche luogo ad esso deputato, da qualche produttore ad esso deputato, e con una qualche tecnica prestabilita. Pressoché allo stesso modo, nessun seguace dei linguaggi artificiali, come l'esperanto e il volapuk, ha avuto successo nel trovare un sostituto per il linguaggio che parliamo ogni giorno, e che anch'esso non è pre-fabbricato. Il diritto, in ultima analisi, è qualcosa che ognuno crea ogni giorno con il proprio comportamento, la propria spontanea accettazione e il rispetto delle regole che ognuno contribuisce ad istituire, anche se ciò sembra paradossale, attraverso le stesse controversie che eventualmente sorgano tra i vari individui in relazione all'osservanza di quelle regole.
Le conseguenze di questa antica ma sempre valida concezione del diritto non consistono necessariamente nel totale abbandono della "fabbricazione" del diritto. Ma di certo le nostre fabbriche di diritto dovranno limitare moltissimo la loro "produzione", e rinunciare prima o poi (se l'Occidente non è destinato a cadere in schiavitù) a molti dei loro "prodotti".
Infine, i "consumatori di diritto" dovranno tornare alla loro reale funzione di produttori delle loro proprie leggi o almeno di quelle leggi -e non sono poche- la cui produzione altrimenti essi controllerebbero, ma oggi non possono.
saggio apparso su su New Individualist Review, III, 1963, n. 1 e successivamente ripubblicato sul libro La Sovranità del Consumatore, Casa editrice Ideazione."
estratto da La Sovranità del Consumatore, BRUNO LEONI, editrice Ideazione.















voi radicali con il pensiero di Bruno Leoni non avere nulla a che spartire. Siete degli impostori e degli ignoranti. Chi porta avanti il pensiero e l'opera di Bruno Leoni è l' IBL, voi fino a pochi anni fa manco sapevate chi fosse il giurista torinese. Tenetevi Ernesto Rossi, Leoni era un'altra cosa. Questa associazione è l'ennesima clonazione del pensiero pannelliano ad opera della sua setta di fanatici e parassiti del nome altrui.
Scritto da: giovanni rossi | 09 febbraio 2009 a 15:12